Ambivalenza
Nel contesto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DCA), il concetto di ambivalenza non è solo una sfumatura psicologica, ma rappresenta una delle sfide cliniche più significative e comuni. Il termine, introdotto originariamente in psichiatria da Eugen Bleuler, descrive la coesistenza simultanea di sentimenti, impulsi o pensieri opposti e contrastanti nei confronti di uno stesso oggetto, persona o situazione. Per chi soffre di un disturbo alimentare, l’ambivalenza si manifesta come una lacerante lotta interiore tra il desiderio di guarire e la profonda paura di abbandonare il disturbo, vissuto spesso come un meccanismo di protezione o una parte integrante della propria identità.
L’ambivalenza nel processo di cambiamento
L’ambivalenza è la caratteristica distintiva della fase di contemplazione nel modello transteoretico del cambiamento. In questa fase, la persona inizia a riconoscere che il comportamento alimentare è problematico, ma non è ancora pronta a rinunciarvi definitivamente. Si instaura una dinamica definita spesso come “Sé, ma” :
- Il desiderio di salute : la persona percepisce la stanchezza fisica, l’isolamento sociale e la sofferenza psicologica causata dalla malattia.
- L’attaccamento al sintomo : allo stesso tempo, la restrizione, l’abbuffata o le condotte di compenso offrono un senso illusorio di controllo, sicurezza o anestesia emotiva.
Questa condizione di stallo può durare a lungo, poiché il paziente teme che senza il disturbo alimentare non avrà più strumenti per gestire le proprie emozioni o la propria immagine corporea.
Manifestazioni cliniche dell’ambivalenza
L’ambivalenza non riguarda solo la volontà, ma permea diverse sfere della vita dell’individuo :
- Sfera cognitiva : presenza di pensieri razionali sulla necessità di nutrirsi correttamente che contrastano con credenze distorte sul peso e sulla forma del corpo.
- Sfera affettiva : coesistenza di odio verso la malattia e “amore” o gratitudine per il senso di potenza che essa talvolta conferisce.
- Sfera comportamentale : oscillazione tra tentativi di seguire i pasti prescritti e ricadute improvvise in comportamenti restrittivi o compensatori.
In molti pazienti, la capacità di tollerare questa tensione è ridotta, portando a stati di confusione o a una paralisi decisionale che ostacola l’inizio o la prosecuzione del trattamento terapeutico.
L’importanza dell’ambivalenza nel trattamento
In ambito clinico, l’ambivalenza non deve essere vista come una mancanza di motivazione o una sfida deliberata al terapeuta, ma come un sintomo nucleare del disturbo stesso. Trattare un paziente ambivalente come se fosse già nella fase dell’azione può essere controproducente e aumentare le resistenze. L’approccio terapeutico d’elezione, spesso integrato nella CBT-E o nel colloquio motivazionale, mira a :
- Esplorare i pro e i contro : aiutare il paziente a verbalizzare apertamente sia i vantaggi percepiti della malattia sia i suoi costi devastanti.
- Validare il conflitto : riconoscere che è normale aver paura del cambiamento, riducendo il senso di colpa e la vergogna.
- Ricercare eccezioni positive : identificare momenti in cui la persona è riuscita a gestire un impulso, favorendo la percezione di un’efficacia personale graduale.
Implicazioni per i caregiver
Per i familiari, l’ambivalenza del proprio caro può essere estremamente frustrante. Spesso si assiste a momenti di grande apertura seguiti da chiusure improvvise. È fondamentale comprendere che questo comportamento non è un capriccio, ma una manifestazione della patologia. Invece di fare appello alla sola forza di volontà, è più utile offrire un supporto non giudicante, validando la difficoltà del processo e incoraggiando piccoli passi realistici e doable (fattibili) verso la guarigione.